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Paese

Dati Generali
Il paese di Guspini
Guspini è un Comune della nuova provincia del Medio Campidano. Si trova ad una altitudine di 137 metri sul livello del mare, ai margini del Campidano. Conta 12695 abitanti. Fa parte della XVIII Comunità Montana "Monte Linas". Il centro abitato, chiamato anche Gosphini o Gulsue, sorse nel Medioevo. Da sempre la sua economia è dipesa dallo sfruttamento delle vicine miniere di Montevecchio e Gennamari.
Il territorio di Guspini
Altitudine:0/725 m.
Superficie:174,73 Kmq.
Popolazione:12.695
Maschi:6269 - Femmine:6426
Numero di Famiglie:4424
Densità di Abitanti:72,65 per Kmq
Farmacia: via Mazzini, 21 - tel: 070970930 - via Gramsci (loc. Montevecchio) - tel. 070973191
Guardia medica: viale Liberta', 75 - tel. 070 970046
Carabinieri: via Alessandrini, 1 - tel. 070 970022

Storia

GUSPINI, villaggio della Sardegna nella provincia d’Iglesias. È capo luogo di mandamento della prefettura di Oristano con giurisdizione su Gonnos-Fanadiga e Arbus; e fu parte del Colostrai, uno de’ dipartimenti del giudicato d’Arborea.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 32' 30", e nella longitudine occidentale di Cagliari 0° 29'.

Siede il paese in sulla estremità occidentale della gran valle meridionale alla falda di due montagne, esposto alla tramontana, al greco e al levante, protetto dagli altri venti dalla mole delle vicine eminenze. La sua temperatura è mite così d’estate come d’inverno. Le pioggie sono più frequenti, che sogliono essere nei vicini dipartimenti orientali, rari però i temporali, e poco durevole la neve. Talvolta l’abitato è ingombro dalle nebbie, ma esse non pajono gran fatto nocive. L’aria che si respira è salubre, massime in quelle parti dove il suolo è asciutto, se pure nella stagione de’ miasmi questi non vengano trasportati da’ venti del levante o del greco.

Le case saranno circa 920, e le più d’un bell’aspetto e comode. Le contrade son poco regolari, e sebbene non selciate in tutte parti men difficili che altrove. L’amenità de’ giardini esterni e interni, un gran pioppetto all’estremità, e le molte piante sparse qua e là, fanno bello a vedersi, massime a chi vi discende dalla montagna.

Territorio. È molto esteso, e la sua lunghezza dal monte che sta prossimo all’austro sino al mare morto di Marceddì, in sulle rovine dell’antica città di Napoli, non è minore di miglia 14, la larghezza compensata si può computare di miglia 5; onde la totale superficie dee tenersi eguale a miglia quadrate 70 nella figura d’un vestigio umano. Aggiungasi a questa la regione di Funtanazza che possedono i guspinesi in mezzo al territorio di Arbus, la cui area può calcolarsi di circa 12 miglia quadrate; e risulterà l’area complessiva di 92 miglia quadrate, che sarebbero più che sufficienti a nutrire 25 mila abitanti.

Per una metà il guspinese è piano, per l’altra è montuoso. La più considerevole delle sue eminenze, è l’Arculentu o Erculento, come piace ad altri, la cui parte più eccelsa è una rupe che rassomiglia un capo, e quindi inaccessibile a tutte le parti, salvo per un solo sentiero disastroso. Nella sua cima non pertanto era un antico castello, appartenente al regno d’Arborea, dentro la cui area ingombra di rovine vedonsi tre cisterne. Ivi si gode una delle più belle prospettive avendosi a tutte parti, se eccettui il punto dove sorge la massa del Linas un immenso orizzonte di somma vaghezza. Dopo questo è il monte Santuperdu (così detto da una chiesetta distrutta) ad austro del paese, e il monte Bingias (così nominato per esser piantato a vigne nella pendice che guarda il paese). Montemajori è diviso dall’Arculentu per una piccola valle. Ad Arculentu è poi aggiunto la lunga montagna delle punte, che piegasi in un arco; e quindi presso Marceddi il gran monte di Laudebiaji. Ne’ monti vulcanici del guspinese occorrono frequenti i murruferru che dicono i sardi (muro di ferro) per indicare certe mura di basalto a poligoni irregolari, sgorgamento delle ridondanti materie ignee dalle fessure che aprivansi nelle convulsioni della terra.

Acque. Le sorgenti non sono poche di numero, nè molto scarse, sebbene nessuna possa nominarsi per gran copia di acque. Nel paese si ha la sufficienza per bere e per innaffiare i giardini e gli orti. I rivoli che corrono nelle valli mancano quasi tutti nell’estate alla parte del piano, non così quelli che scorrono dalle pendici occidentali delle dette montagne. Il fiume che attraversa questo territorio lungo le falde orientali de’ monti è quello che abbiam descritto nell’articolo Gonnos-Fanadiga sotto il nome di Terremaistus, come lo appellano i guspinesi dal primo loro terreno che esso bagna. Manca di ponte che sarebbe necessarissimo nelle stagioni piovose, quando l’affluenza de’ torrenti vieta il guado. Esso scorre per due ore in questo territorio, quindi entra nell’agro di Pabillonis, d’onde ritorna nel Guspinese col nome di Badarena, andando a sboccare nel luogo detto Is fossaus nella nuova peschiera di Marceddì non lungi da Nabuli (Napoli).

Popolazione. Nell’anno 1839 erano in Guspini fam. 910 e anime 3808, distinte in maschi 1813 e in femmine 1995. Risultarono dal decennio le seguenti medie: nascite annuali 126, morti 75, morti 25. Non pochi arrivano alla longevità e oltrepassano gli anni novanta. La malattia più frequente e mortale è l’infiammazione, e alcuni patiscono e muojono dalle intermittenti e perniciose, massime quelli che frequentano le spiaggie dello stagno. Attendono alla sanità pubblica un medico, due chirurghi e due flebotomi. Si ha una spezieria, e assiste alle partorienti una levatrice.

I guspinesi sono gente laboriosa e generalmente di umor poco gioviale; onde sono rare le ricreazioni private e pubbliche. Le poche comunicazioni che hanno con gli uomini di altri paesi li mantiene in una certa rozzezza.

Professioni. Delle indicate famiglie, 554 sono agricole, 161 attendono alla pastorizia e 98 a’ mestieri. Quindi sono dieci famiglie di preti, sette di notai, e le rimanenti appartengono a persone di altri uffizi, o proprietarii o negozianti. Vi sono famiglie possidenti 736.

Tra gli artefici sono distinti i fabbri ferrari, che lavorano con non poca abilità, e fanno delle armi. I telai sono circa 850, e si tessono panni, tappeti, coperte di letto, tele, tovaglie, ecc.

Fu stabilito un legato per l’istruzione de’ fanciulli, ed ora è applicato in ricompensa al maestro della scuola primaria, alla quale però non concorre neppure un quinto de’ fanciulli, che dovrebbero essere istruiti. Per le fanciulle sono quattro maestre.

Agricoltura. Le terre guspinesi essendo comunemente sabbiose, sembrano poco atte ai cereali; non pertanto si seminano annualmente starelli di grano 3300, d’orzo 1000, di fave 200, di granone starelli 2, di ceci ed altri legumi 40. La produzione comune suol essere al sestuplo. Di lino se ne raccoglieranno annualmente 5 mila fasci.

Le vigne prosperano poco per essere i terreni di poca sostanza. Le più comuni varietà delle uve sono il moscatello e il nuragus. Il vino non essendo molto gradevole al gusto, viene versato nei lambicchi. Il totale del mosto, che raccogliesi, è circa 4000 brocche (ciascuna di 10 quartare).

I fruttiferi più comuni sono mandorli, aranci, limoni, peri, susini, pomi, peschi, fichi di molte varietà. Il numero complessivo sommerà a 20 mila individui.

Le terre chiuse per tenervi a pascolo il bestiame domito, e talvolta anche il rude, come pure per seminarvi de’ cereali una, o l’altra volta, occuperanno un duodecimo di tutto il territorio.

Ghiandiferi. La barbarie pastorale ha nudate in gran parte queste montagne di quei preziosi vegeta-bili. Le pendici in pochi luoghi sono ombrate dai lecci e dalle quercie, e questi alberi non si vedono in qualche numero che nelle falde occidentali, ed in quelle vallette; ma se si annoverino, credo se ne troveranno appena 200000, comprese le piante giovani.

Pastorizia. Nell’anno 1839 si numeravano buoi per l’agricoltura 1200, vacche manse e vitelli capi 60, cavalli e cavale domite 330, majali 600. Il bestiame rude dava le seguenti cifre: vacche e vitelli 850, cavalle 80, capre 4000, porci 2500, pecore 6000. In totale capi 15620.

I formaggi sono di molta bontà, perchè ottimi i pascoli.

Selvaggiume. I cacciatori trovano cervi, daini, cinghiali, lepri, e volpi. Sono pure in questo territorio quasi tutte le specie dei volatili, ma non molto numerose le gentili.

Commercio. Dai prodotti agrarii e pastorali possono ottenere annualmente i guspinesi ll. n. 120000. I formaggi si vendono nella capitale. I prodotti dell’industria aggiungeranno alla detta somma altre ll. n. 15000. Del qual guadagno lasciano in Cagliari le più parti in cambio di zucchero, caffè, ferro, tavole, panni, sete, stoffe, ed altri effetti nazionali ed esteri.

Religione. Questo popolo è compreso nella giurisdizione del vescovo di Ales, ed è curato nelle cose spirituali da un parroco, che prende il titolo di rettore. Egli è assistito da sei sacerdoti addetti al servizio della chiesa, e da alcuni altri preti.

La chiesa maggiore è dedicata a s. Nicolò di Mira. Essa è capace di circa 2000 fedeli, e provveduta delle cose necessarie. Veggonsi le pareti di una chiesa, che si edificava in onore di s. Sebastiano per voto fatto in tempo di pestilenza, e destinata a parrocchia. Caddero le volte, e non si pensò più a ristaurarla. Oggi serve pel monte granatico.

Le chiese minori sono due, una dedicata all’Assunta, la quale credesi fosse annessa ad un monistero di benedittini; l’altra a s. Alessandro martire, che dicono essere stata in altri tempi chiesa parrocchiale.

Non si possono indicare feste solenni con concorso di stranieri e spettacoli. I guspinesi sono gente economa, ed evitano le occasioni di dover spendere. Fortunatamente, che sono in un canto, dove rari passano e domandano ospizio. Che antitesi nella serietà cupa e nell’imbarazzo de’ medesimi in faccia agli ospiti con la giovialità e la disinvoltura di tutti gli altri sardi, quando sono onorati, come essi dicono, da uno straniero!

Pochi tra’ guspinesi vanno all’unica festa rurale che si celebra in onore del martire s. Giorgio, distante dal villaggio poco più d’un miglio verso levante. Senza questa erano altre otto chiese rurali in diversi salti del territorio, che il vescovo monsignor Pilo esecrava, e faceva distruggere, perchè non servissero di ricovero a’ malviventi. Erano le seguenti: s. Margherita, sul monte in faccia al paese; s. Pietro, a un miglio e mezzo, e s. Catterina in sua vicinanza; s. Maria Urràdili, a tre miglia in sulla strada a Uras, presso la quale era un ramo del fiume che somministrava le acque all’antica fonderia, le cui vestigie con l’acquidotto sono ancora visibili; s. Simplicio, a tre quarti di miglia dalla precedente; s. Giovanni, a sei miglia dal paese; s. Maria de Nàbuli; e s. Costantino, che correttamente dicono s. Gontini, nel salto marittimo di Funtanazza.

Antichità. Vedonsi ne’ territori di Guspini non pochi norachi, e appellansi: Arròsu, Zuddas, Crobus, Ominis, s. Sofia, Nuragi, Saurecci, S’Orcu, Fumiu. Fra’ quali sono osservabili principalmente gli ultimi tre, che per la loro grandezza, per la enormità delle pietre e pel disegno possono essere stimati come i maggiori e più considerevoli in confronto di tutti gli altri, che in circa due migliaje sono sparsi per l’isola; e però degni di essere osservati da’ viaggiatori, dopo i quali posson visitare l’immensa mole del norache di Pabillonis, e l’artificiosissima costruzione del norache di Domus-novas Sigerro. V. la biblioteca Sarda, fasc. 5, P.

2. Oltre i nove norachi nominati, vedonsene altri cinque nel Guspinese, dei quali non so dire i nomi.

Il norache Saurecci posto sulla sommità d’una collina rassomiglia a un gran castello. La sua curva è di metri 147, e riunisce tre norachi. In uno di questi entrasi per un fenestrino aperto al libeccio-ponente, e vedonsi enormi pietre basaltiche costrutte con argilla e cementi, la forma cilindrica, non conica. Il suo diametro è di metri 8; quello della camera inferiore metri 3,50.

Indi deducesi per metri 27 una muraglia alquanto curvata, e giunge presso all’altro che riguarda il libeccio. Questo norache ha 30 metri di circonferenza, e nel muro una spessezza di metri 2. Nella interruzione che osservasi tra esso cilindro e la linea suddetta, parrebbe vedere un’apertura per ingresso. La muraglia proseguendo tocca un altro norache eguale al primo, al quale risponde nella linea di maestro-scirocco. Nella parte interna è una porta che riguarda il scirocco.

Quindi la muraglia continua sino a metri 19, dopo i quali trovasi un’apertura larga 0,80, ed alta all’ordinaria statura degli uomini.

La linea della cinta prolungandosi per metri 23, incurvasi due volte presentando un convesso come di altri due norachi, quindi procede direttamente per altri 20 metri, dopo i quali fa angolo con una linea eguale che termina nel primo norace descritto. In qualche sito la cinta è alta circa 4 metri. Forse l’altezza primitiva era doppia.

Norace Bruncu dess’orcu. Vedi una figura settilatera non simmetrica, la cui periferia può calcolarsi di circa 120 metri. In ogni angolo la linea tondeggia in un seminorace del diametro or di 7, or di 6 metri.

Dentro la sua area è una figura incurvata cinque volte convessamente. Tre di queste curve rispondono a tre noraci della figura esterna, e le altre due a’ quattro rimanenti.

Finalmente in centro a questa è un norace che ha metri 25 di circonferenza. La sua porta par essere in corrispondenza al Fumìu; la camera ha un diametro di metri 3,50. Le camere superiori sono distrutte.

Anche in questa costruzione i noraci vedonsi quasi cilindrici, le pietre non molto grandi, e sono usati i cementi e l’argilla.

Norace Fumìu. È un tal disegno, del quale non si possa dar un’idea senza averlo delineato.

La figura dell’opera esterna è irregolarissima, presenta cinque convessità ed una retta, nella cui estremità forse era aperto l’ingresso. A una parte sta aderente un norace cui un altro è contiguo, all’altra è un mezzo norace, le cui linee divergendo a una e all’altra parte si uniscono alla prima costruzione. Presso a questa convessità era un altro norace isolato, poi un più piccolo, quindi un altro più grande.

In mezzo all’anzidetta opera sorge il norace Fumiu con una circonferenza di metri 40. Esso presenta alcune particolarità. Sopra la porta aperta incontro al sirocco-levante è uno spiraglio, e non lungi da questa è una seconda porta aperta al sirocco e alta metri 2, che però essendo alta sul suolo pare una finestra: in un suo fianco è aperta la galleria nello spessore del muro per andar ne’ piani superiori o nella terrazza. Nella camera che ha il diametro di circa metri 6, sono due nicchioni profondi metri 1,60, larghi 2,30. In questa costruzione furono usate pietre molto maggiori che nelle altre due suddescritte, le mura son quasi a perpendicolo, e si usarono i cementi e l’argilla.

Popolazioni antiche. Si vedono vestigie d’un paese, nel salto di Bangiu, dove è una costruzione che dicono Sa tribuna, in distanza di due ore da Guspini verso tramontana. Non rimase sul medesimo alcuna tradizione. Se ne vedono pure in Urràdili, e presso la chiesa di s. Simplicio.

Neapolis. Nella regione che comunemente appellano Nàbuli sulle sponde del mar morto di Marceddì presso alle meschine case agrarie, che i guspinesi han fabbricato per ricoverarsi nel tempo della coltivazione e della messe, osservansi chiarissime le vestigie dell’antica Neapoli, della quale troviamo menzione nell’itinerario di Antonino, e nella geografia di Tolomeo. Molte rovine e frequentissimi rottami avvisano il viaggiatore dell’antica città che giacevi spenta. A poco a poco però l’agricoltura guspinese va scemando questi monumenti infelici, e già non pochi sono coperti dalle glebe. Tra i ruderi apparenti e una vecchia cappella dedicata a s. Maria, al qual uso fu malamente riformata una fabbrica di arte romana, che era stata fatta per altro; in vicinanza vedonsi altre reliquie di costruzione omogenea, e un piccol tratto d’una grossa muraglia di maniera barbarica, che pare porzione della cinta della città; in altre parti altre cose considerevoli: e chi voglia fare osservazioni potrà esplorare le sotto grandi macchie del lentisco, che vi crebbe, non tocco mai dall’aratro nelle radici profondamente insinuate nelle fondamenta.

Tra gli altri siti, dove queste macchie frondeggiano, e occupano uno spazio maggiore, è da vedersi quello, in cui la tradizione de’ popoli vicini dice esser stata la cattedrale. Il che non dee parere uno sproposito; già che par vero che la sede antica del vescovo di Terralba non fosse già in Terralba, ma in questa città capitale de’ popoli neapoliti, e che allora solamente la sede sia stata posta in Terralba, quando Neapoli fu abbattuta da’ saraceni dopo le prime loro invasioni. Del furore di quei barbari che tutto sovvertirono per vendetta delle patite sconfitte, in nessuna altra parte è più tristo monumento, quanto nella lunga linea del-l’acquidotto, di cui rare parti sono ancora in proprio luogo, essendo state le altre in modo miserando rovesciate. Le quali rovine possono esser vedute tra’ campi colti sotto una lunghissima fila di lentischi in direzione al libeccio. La larghezza dell’edifizio fu misurata d’un metro, e il canale, secondo quel che puossi argomentare non aveva una larghezza maggiore di 0,40. La estensione della città da levante a ponente, da dove cominciano ad apparire i ruderi infino ad una lunga fondazione, che dicono della muraglia, sarebbe di due terzi di miglia contro la larghezza d’un quarto; correva questo canale per più di tre miglia al monte di Laudebiaji.

Sedeva Neapoli sulla sponda destra d’un seno, ora comunemente detto mare-morto di Marceddì, il quale diviso da levante in ponente da una tenuissima lingua di terra, detta Sa menistra, forma due porti. Ma il porto di questa città, se pure in tempi antichi non furono meno colmi quei due seni, era un po’ più a ponente presso alla foce del rio Sabocu. La popolazione che abitava in questa città non era molto numerosa, se ciò si possa con molta probabilità inferire dalla quantità dell’acqua che deduceasi a’ bisogni della medesima. Nè le condizioni del clima erano così triste come or possono parere. A chi non parrebbe ben scelta la posizione incontro al borea, e all’influsso degli altri venti, quelli solamente impediti che soffiano dalle parti meridionali? Che se l’aria anche allora sia stata crassa, essa era certamente meno maligna che or sia pe’ ristagnamenti, onde effluiscono in tempi caldi i più morbosi miasmi.

Strada antica. Ponte di s. Giovanni. Dalle terre del Pompongia che sta d’incontro al sito di Neapoli vedesi una costruzione che traversa lo stagno nella sua larghezza di circa un miglio, e mette capo in Neapoli. Fu detta ponte per le foci che aveva frequenti a non impedire il movimento delle acque, e cognominata di

s. Giovanni da una piccola chiesa di Pompongia. Nella biblioteca sarda si parlò abbastanza sopra questo ponte, e si indicò come continuazione d’uno de’ rami, in cui divideasi il tronco della strada che usciva da Othoca (Oristano). L’opera è suntuosa, e fatta con molto avvedimento di arte. Enormi pietre basaltiche tolte da prossimi territori vulcanici sono a sustruzione, e sostengono fortemente un ammasso di materiali della stessa natura; i quali se furono ben compatti tel provi la loro consistenza nelle più parti. Tutta la mole appena supererà d’un metro il pelo dell’acque medie.

Neapoliti. Tolomeo nel nominare le diverse tribù, che nel suo tempo popolavano la Sardegna, notò i neapoliti, e vedesi chiaro che l’ordine istesso nel quale riferì i nomi, indica questo popolo abitatore de’ luoghi, intorno a’ quali era la città Neapoli. Le Aquae Neapolitanae, indicate poi dall’itinerario, e certamente riconosciute nelle fonti termali e minerali di Sardara, permettono che la regione occupata da questa nazione si estenda a levante, almeno sino a Sardara, mentre verso il meriggio possiamo allargarla sino alla valle del Sibiri, in là della quale abitava la tribù Sulcitana. Plinio rassegnava i neapoliti tra le maggiori e più illustri tribù della Sardegna.

Castello Erculento. Alle cose già dette su questo castello aggiungeremo che esso rare volte figura nella storia, e che è ignoto quando fosse abbandonato, e se la distruzione sia stata da mani nemiche.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Guspini
Arresojas (Montevecchio)
Nell’antico borgo minerario di Monteveccchio i migliori coltellinai della Sardegna mettono in mostra i coltelli a serramanico più belli e preziosi. Un’esposizione di valore che si rinnova ormai da molti anni, richiamando un pubblico sempre più numeroso.
Sagra del miele
A Montevecchio, nel territorio comunale di Guspini, si svolge verso la fine del mese di agosto la tradizionale Sagra del Miele. Il calendario prevede convegni, spettacoli e degustazione del prelibato alimento.